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Al Petruzzelli L’Importanza di Chiamarsi Ernesto: Wilde rivisitato anche col ritmo di Gloria Gaynor

9 Mar 2019 | Nessun Commento | 519 Visite
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limportanza-di-chiamarsi-ernesto_ph_laila-pozzo-large3382In scena al Teatro Petruzzelli l’8 e 9 marzo per la stagione promossa dal Teatro Pubblico Pugliese con il Comune di Bari la commedia di Oscar Wilde “L’Importanza di Chiamarsi Ernesto” a cura della Compagnia dell’Elfo per la regia di Fernando Bruni e Francesco Frongia.

Le note di I Will Survive di Gloria Gaynor in versione strumentale introducono una scena anni Settanta (come arredamento) completata da una stampa in alto di un uomo muscoloso e nella quale si intravede Oscar Wilde.
Un dandy con completo a righe  blu e nere interpretato da Riccardo Buffonini riceve il maggiordomo che  annuncia la visita di un signore. Arriva così con lo stesso completo, ma in versione rossa, un giovane impersonato da Giuseppe Lanino.
La coppia di amici inscena una serie di battute che hanno oggetto (tra gli altri argomenti) l’istituzione del matrimonio, irriso con battute argute e fulminanti.
Va detto che i costumi e i colori dell’arredamento, sempre ad opera dei due registi, creano un contrasto che risulta visivamente piacevole e accattivante.
Questo status estetizzante  durerà per l’intera rappresentazione della durata di due ore e quaranta minuti e con una sola pausa dopo i primi quarantacinque minuti.
Inizialmente ascoltare i discorsi richiede molta attenzione sia per la velocità delle battute che per l’ascolto, imperfetto, poi con l’incedere della pièce le voci si fanno più possenti.
Il tono svagato e lezioso del personaggio di Earnest è creato per introdurre materia di disputa sulla sessualità del carattere, in una citazione volontaria della bisessualità di Wilde.
Si parla di zie, come Augusta, che arriverà  presto  sul palcoscenico.
Earnest e l’amico Jack intanto creano neologismi linguistici, ruoli, alter ego e schermaglie verbali.
La condizione di scapoli li accomuna.
Dopo l’entrata di Augusta con la giovane Gwendolen, si rende palese il fatto che i personaggi sono legati a un concetto di società fine Ottocento-inizio Novecento puramente votata all’esteriorità e alle convenzioni, oltre che alle apparenze.
Il dialogare continuo celebra argomenti frivoli.
Questo è un sistema per non svelare i propri sentimenti e dunque non svelarsi all’interlocutore di turno.
Il nome Earnest (Ernesto) in inglese richiama il termine onesto.
Al nome, ma non soltanto quello di Earnest, viene associato un carattere, un comportamento, un destino.
Nella pièce si notano degli aforismi che sono diventati celebri e, raccolti  assieme ad altri estrapolati dall’opera omnia di Wilde, hanno composto saggi di successo.
Un esempio per tutti: perdere un genitore è una disgrazia, perderne due è invece una distrazione.
Oppure: al giorno d’oggi sono tutti intelligenti, trovare un cretino è una rarità.
L’ignoranza è un frutto esotico raro.
Etc..
Si invita ogni tanto alla trasgressione, che diventa dissacrazione dei legami familiari o di quelli che potrebbero essere  dei legami parentali da acquisire.
Nel secondo atto a dominare la scena è una bellissima  stampa di Oscar Wilde ritratto in un roseto. La scena riproduce un cespuglio di rose. Vengono introdotti i personaggi dell’anziana insegnante di tedesco, della studentessa diciottenne, Cecile, e del reverendo.
Le note di Paint it Black dei Rolling Stones fungono da colonna sonora, più tardi sostituite da I Can’t Get No Satisfaction.
La base della commedia rimane l’esercitazione linguistica, la cui traduzione italiana è comunque svantaggiata rispetto all’inglese.
A dispetto dell’impegno della produzione, il corposo allestimento pecca di artificiosità.
Non è facile riprodurre le atmosfere wildiane che accanto all’esteriorità  uniscono  una notevole profondità, emblema di una sensibilità estrema ma anche accesa vulnerabilità.
L’attualizzazione è alla fine malriuscita.
In una scena i due damerini protagonisti ballano e cantano I Will Survive, uno dei successi più grandi della disco music scritto da Dino Fekaris e Freddie Perren dal testo elaborato e che vede la rivincita psicologica di una donna dopo la fine di una relazione. In seguito il brano è stato adottato come inno dalla comunità gay mondiale.
La modernizzazione risulta tediosa ancorché su base anacronistica. La commedia infatti risulta datata.
I caratteri riprodotti non hanno fascino e aderiscono a modelli e sketches televisivi o addirittura da soap opera,  in quanto  la durata di quasi tre ore  alla fine è difficile da  digerire perché la pièce, ibrida, non accompagna lo spettatore  intrattenendolo, ma lo bombarda di trovate che seppure inizialmente assimilate con sufficiente interesse, lasciano via via spazio allo stucchevole e  verboso risultato di una rappresentazione sovraccarica di vociare e che non risulta neppure divertente, a fronte delle battute sulla carta spassose e argute. Bravi tutti gli interpreti, soprattutto i già citati Buffonini e Lanino, ma sono presenti  anche Nicola Stravalaci, Matteo De Mojana, Elena Ghiaurov, Cinzia Spanò, Camilla Violante, Scheller Elena Russo Arman.
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