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Al Kismet “Socrate il Sopravvissuto/Come le Foglie”. Dramma scolastico da “liceo classico”

2 mar 2019 | Nessun Commento | 495 Visite
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marco_menegoniA Teatro Kismet di Bari in esclusiva regionale (nella stagione del Teatro Pubblico Pugliese col Comune di Bari)  dal 28 febbraio al 3 marzo il dramma Socrate il Sopravvissuto/ Come le Foglie, per la regia di Simone Derai dal romanzo Il Sopravvissuto di Antonio Scurati. In scena la compagnia Anagoor.

La pièce vorrebbe elaborare contenuti attuali, ma richiamando in causa la cultura classica (include infatti  innesti ispirati da Platone, ma anche Cees Nooteboom e Georges I. Gurdieff).

Stranamente l’assunto è quello di una strage architettata da uno studente.

Stranamente, perché la storia è ambientata in Italia, dunque richiama numerosi episodi accaduti invece negli Stati Uniti d’America.

In realtà si vuole esplorare  l’insegnamento della storia e filosofia nei licei, messo in relazione con la personalità dei giovani, partendo dal presupposto che le storture del ventesimo secolo, da qualcuno definito Secolo Crudele, non sono state soltanto  rappresentate dalla Shoah (ma qui si usa il termine Olocausto), ma anche da  altri genocidi come quello degli armeni, i campi di lavoro forzato sotto Mao, il terrore comunista di Stalin (sempre con  morti e sparizioni) il regime comunista indonesiano, il regime dei khmer rossi sotto Pol Pot, i desaparecidos in Argentina, e il genocidio degli indios in Amazzonia.

Questo elenco è fatto dal professore Marescalchi, che dà vita a una serie di monologhi introspettivi inerenti la sua didattica e come sia più   opportuno trasmettere il sapere ai ragazzi.

Il testo risente molto dell’influenza letteraria, dunque è di difficile trasposizione. Tra gli alunni-modello, interpretati da otto giovani, purtroppo quasi sempre muti, tranne che nell’epilogo, viene citato  il classico “Franti” della situazione, tale Vitaliano Caccia, che  non viene mai mostrato ma esercita un’azione di contrasto e di “suggeritore” all’ego dell’insegnante.

Egli è dunque un personaggio positivo nella sua negatività, che verrà esercitata nel finale.

La fissità irritante degli otto attori giovani, ragazzi e ragazze, è rappresentata ad esempio  con una interminabile e lentissima  caduta dai rispettivi banchi (all’inizio) per poi esibirsi in una sorta di liberatoria e più vivace distruzione dei libri di testo.

A fronte del loro mutismo, la valanga di contenuti proposti dal professore è alla lunga prolissa, mentre i giovani si esibiscono ad esempio con passetti di danza  ad un  ritmo sempre uguale, segnato da suoni esterni  ovattati, ma pesanti oltre che alla lunga molesti.

Si parte dal 2001 per poi andare a ritroso, nel 2000 e così via.

Il professore si interroga su come esporre il romanticismo, mentre ciò si coniuga con altro co- narrare sul suo vissuto di insegnante.

Questa introspezione intellettuale sempre a base di un evidente  monologo letterario con qualche innesto  di citazione (l’alunno ribelle propone come argomento di studio Von Kleist  e la storia del suo suicidio “a due”con l’amica Henriette Vogel, affetta da tumore) si attesta come un affondo nel nichilismo duro e puro della cultura vista come autoreferenzialità.

il disagio dei letterati famosi si “avvinghia” così a quello di giovani insegnanti ricchi di dubbi e ai quali il lavoro ruba energie.

L’attore veneziano Marco Menegoni è bravissimo nel ruolo che è un puro one man show con l’equivalente di quelli che per Wanda Osiris erano i ballerini di fila delle sue riviste teatrali,  ovvero gli  “alunni”.

Essi vengono utilizzati meglio nell’ultima parte, la più valida (o l’unica valida) quando il  dramma si consuma. Trasformati finalmente in narratori, sono perfetti con i visi trasfigurati da una tintura di vari colori che si sono stampata sui volti.

La parte del professore è anche quella di un personaggio che si rivela  un ambiguo narcisista.

La proposta della commedia, o meglio del dramma, rimane ambiziosa, ma affonda anche  in una forma di teatro di protesta ormai anacronistico che avrebbe retto meglio nel post ’68, dunque 50 anni fa.

Nel giugno del 1999 gli alunni sono descritti come una scolaresca irreggimentata, con divise da collegiali che rimandano tristemente (soprattutto per la passività, ma  in seguito anche con  l’enfasi dei movimenti) alla Hitler-Jugend o ai nostri Balilla.

Trattasi di figure macchiettistiche che fanno da preludio a una lezione di storia su Socrate o meglio a un lungo video con figure mascherate rappresentanti l’antichità e la il personaggio  del filosofo ateniese.

Il professore “doppia” la gestualità del filmato il che è proprio una soluzione inutile, perché appesantisce lo spettacolo, avvolgendolo in un’atmosfera ibrida e ancora più algida.

Che tristi le maschere che ricoprono i personaggi (nel lungo video-clip ) nel tentativo di innovare uno spettacolo già di per sé sovraccarico.

Si potrebbe dire che qui viene rappresentata, suo malgrado, l’arroganza della cultura che vuole essere imposta e non proposta, magari proprio  agli spettatori, oltre che agli alunni recitanti.

Finalmente uno dei ragazzi parla,anzi è una lei: Lisa. Verrebbe  da dire Garbo talks!, lo slogan di quando la grande Greta finalmente passò dal muto al cinema sonoro. Ma qui il dialogo è timido e lamentoso, da parte dell’alunna.

L’allestimento pretenzioso è alleggerito, per fortuna (ma non è sufficiente) dal finale diciamo così scoppiettante, rispetto al resto già esaminato.

E’ sembrato di assistere a una sorta di romanzone moderno che rimanda ad argomenti da liceo classico, quello però più del dopoguerra che attuale. Un insieme di generi, mal coniugati e rappresentati in maniera molto cerebrale, con la prosopopea di insegnare qualcosa agli spettatori. Non a caso un’anziana signora, che pure aveva applaudito, col marito ancora  più entusiasta e che si spellava le mani, ha commentato uscendo dal teatro: “è come se avessero tentato di imporci un trattato di filosofia”.

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