Al Kismet “Sonja” di T. Tolstaja nell’allestimento del New Riga Theatre

Due uomini entrano in una casa. Una casa vecchia, anni Quaranta, con la stufa a legna, un arredamento squallido. Devono portare via delle cose. Sono due sciacalli che vengono a depredare questo piccolo appartamento nei giorni bui dell’assedio di Leningrado. La casa però, svuotata dalle tragedie della storia, si rianima dopo l’ingresso di questi due ladri di tempi andati. E così, con un torbido scambio di ruoli, uno si mette a narrare la storia di una donna che si materializza nel corpo dell’altro, Sonja. La vestaglia e i bigodini, donna dimessa, brutta, sola, Sonja è come il suo letto, un elemento dello spazio scenico, così preziosamente ricostruito nell’arredamento sovietico degli anni Quaranta. Il narratore resta in scena come invisibile e guida con le parole la povera Sonja quasi lei fosse un manichino, mentre questa in scena compie gesti rituali e poveri, da “babuška” russa.
Un vecchio giradischi amplifica come un’ossessione tristi canzoni da fine sera, impeccabile sottofondo al racconto di una donna che non è stata mai amata, una donna che come l’impiegato del “Cappotto” di Gogol’ sembra una posa pietrificata, un’immobile allegoria dell’emarginazione. Goffa e inutile, da nessuno corrisposta, Sonja vive il dolore di non avere quella famiglia che vorrebbe e, in virtù dei propri evidenti limiti (l’attore, uomo, ne accentua con maestria le ridicole movenze di sgraziato donnone), deve accontentarsi di dormire tra bambolotti che segretamente custodisce in una polverosa valigia. Poi dei parenti le fanno credere che uno spasimante la desideri, scrivono lettere finte che lei riceve e custodisce come sacre reliquie, immaginando per attimi preziosi di uscire da quella prigione di tetra volgarità in cui è confinata. Fino a quando la guerra non spazzerà via tutto: l’immagine dei due che si portano via le lettere di Sonja è emblematica in questo senso.
Lo spettacolo “Sonja”, tratto da un bel racconto della scrittrice russa Tat’jana Tolstaja, è in cartellone in questi giorni al Teatro Kismet, per la regia di Alvis Hermanis. La produzione è del New Riga Theatre, un teatro nato nella capitale lettone nel 1992 e particolarmente attento alle sperimentazioni sceniche giovanili e alla letteratura contemporanea. “Sonja” è un lavoro molto suggestivo, a tratti struggente, ma anche molto divertente. Nella messinscena dei lettoni questo testo esprime pienamente un’ampia e dolorosa divaricazione tra il comico e il tragico. Mentre il narratore si diverte con sadico compiacimento a raccontare le disgrazie di Sonja, che l’attore che la interpreta rende ancor più comiche con il suo ridicolo travestimento da donna, viviamo sulla nostra pelle la cocente umiliazione di questa donna che preannuncia i temi della solitudine, della guerra, del dolore. Davvero bravissimi questi due corpulenti attori del Nuovo Teatro di Riga, Gundars Âbolinš e Jevgenijs Isajevs, a tratti acrobati di uno spazio scenico ridotto, ma vissuto in tutti i suoi angoli. Piace anche l’accordo di questi attori con il tempo e con le parole del testo, tenuto conto che quello che interpreta Sonja, personaggio muto dall’inizio alla fine, deve anche compiere operazioni lunghe e complesse, come confezionare una torta, farcire un pollo, preparare al limite della resistenza umana un’improbabile zuppa con una scarpa di cuoio e la colla della carta da parati. Uno spettacolo molto bello, dunque, un’esperienza molto particolare del mondo russo nei suoi anni più duri.
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