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Al Kismet “Il servo” con la regia di Sepe e Renzi affronta il tema della dipendenza psicologica 

8 feb 2018 | Nessun Comento | 380 Visite
Di:

Il-servo“Che cosa mi rende meritevole che un altro uomo, un uomo come me, fatto a immagine e somiglianza di Dio, mi serva?” (Fëdor Michajlovič Dostoevskij)

“Non c’ho niente da dimostrare io, te lo sei inventata tu che io ero il padrone. Fai la vittima eh? E quando fai la vittima credi di essere remissiva, e invece sei violenta. Si, sei tu che sei violenta, perché? La violenza la si fa solo col fucile? E la violenza docile? La violenza non aggressiva? La violenza di chi non ce la fa a star solo e non può essere abbandonata, e fa quella faccia lì quegli occhi lì che conosco a memoria, che fanno finta di dire, tu puoi far tutto, puoi anche andartene via. Non è vero, non è vero che esistono due possibilità, io ce n’ho una sola, e questa è violenza, non posso andar via perché mi ricatti col tuo dolore assurdo, scusa, mi ricatti col tuo grande amore. A me non mi fa niente bene essere amato molto, almeno così. Dammi retta, appena uno ti ama così scappa. Non è mica gratis, e pensare che c’è chi si lamenta perché non è amato, e essere amato allora? È una cambiale, prima o poi la paghi. Una cambiale a scadenza indeterminata, ma incombe. Un incubo.” (Giorgio Gaber)

Les Barrett, un domestico con ottime referenze, prende servizio presso il giovane avvocato londinese Tony Williams, appena tornato da una forzata trasferta in Africa durata ben sei anni. In breve tempo, il servo si rende indispensabile al suo padrone a tal punto da riuscire a capovolgere il rapporto di dipendenza, riuscendo a gestire finanche le dinamiche relazionali del padrone, allontanandone la fidanzata, Sally Grant, e l’amico fedele, Richard Merton, da sempre diffidenti nei confronti del maggiordomo, e facendogli assumere la finta nipote, Vera, in realtà assegnandole il compito di sedurre il comune datore di lavoro. Quando Vera si rivelerà l’amante di Barrett, i due verranno allontanati da Tony, ma il distacco non dura: il cancro ha infettato il giovane avvocato in modo irreparabile, e così, quando si ritrovano “per caso” in un pub, la dipendenza ha vittoria facile sul minato temperamento del padrone, che, ormai preso nella rete del suo aguzzino, acconsentirà a condividere col suo servo anche le attenzioni della giovane Mable, nuova fiamma di Barrett, in una dinamica che ruota dichiaratamente attorno al sesso ed al godimento reciproco, disegnando un’iperbole che non può che tendere all’autodistruzione.

Fin qui il raffinato ed appassionante romanzo breve “Il servo” che Robin Maugham affidò alle stampe nel 1948, tradotto per la prima volta in Italia solo cinquant’anni più tardi, e che gli valse un immediato successo di pubblico e critica, tanto da far accostare il suo nome a quello del ben più blasonato zio Somerset Maugham; oggi le parole di quello che è stato considerato un piccolo capolavoro, una perfetta cronaca dell’abiezione che il mondo anglosassone cela dietro i suoi stucchi, romanzo che però probabilmente sarebbe stato del tutto dimenticato se non vi fosse stata la famosissima trasposizione cinematografica del 1963 diretta da Joseph Losey, sceneggiata nientemeno che da Harold Pinter ed interpretata da uno straordinario Dirk Bogarde nei panni del servo Barrett (personaggio dal ghigno malefico che probabilmente ricorderà quando interpreterà una parte simile ne “Il portiere di notte” della Cavani), sono tornate a rivivere sul palcoscenico del Teatro Kismet, per l’annuale Stagione dei Teatri di Bari, nell’ottimo adattamento di Lorenzo Pavolini, mutuato da quello teatrale realizzato dallo stesso Maugham nel 1958, diretto da Pierpaolo Sepe ed Andrea Renzi, per la produzione di Casa del Contemporaneo, della Fondazione Campania dei Festival, Napoli Teatro Festival, Teatri Uniti, Teatro Stabile di Napoli-Teatro Nazionale.

Ripartendo dalle atmosfere noir e rarefatte che contribuirono alla fortuna della pellicola, coadiuvati dalla scenografia di Francesco Ghisu e dal disegno luci di Cesare Accetta, entrambi eccellenti, e dai credibili e molteplici costumi di Annapaola Brancia d’Apricena, Sepe e Renzi costruiscono una pièce assolutamente convincente, che – crediamo giustamente – concede poco spazio alla oscena ed immorale lettura omosessuale che sinora ha accompagnato il romanzo, lasciando che lo scandalo dell’attrazione o finanche del presunto amore tra due uomini sia ricollocato ratione temporis nella sua era e che oggi venga in luce soprattutto – come già detto – il tema della dipendenza psicologica dell’uomo dall’uomo, dell’individuo dal suo simile, sia esso uomo e donna non importa. Qui non si tratta più di rifarsi al pensiero di Hegel (“Il lavoro, invece, è appetito tenuto a freno, è un dileguare trattenuto; ovvero: il lavoro forma. Così, quindi, la coscienza che lavora giunge all’intuizione dell’essere indipendente come di se stessa.”) ma, semmai, a quello di Pasolini, a quel suo “finché l’uomo sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi, non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”, concetto qui condannato a perdere una connotazione politica e sociale, alla base della lotta di classe, per assumere un significato tutto umano, atto a regolamentare i rapporti personali ed il loro deflagrante effetto sulle esistenze. Ecco perché il nostro pensiero si è fermato sulle parole del Maestro Gaber riportate in apertura d’articolo, perché, proprio come nella canzone, quello che Renzi e Sepe efficacemente raccontano non è la storia di un amore morboso, bensì “dell’amore”, della soggezione, della subordinazione e della sottomissione di chi vuole appartenere all’altro, fortemente credendo che l’altro gli appartenga, ed è un rapporto, conclude Gaber, “che non fa niente bene”; se guardiamo con attenzione, tutti i personaggi in scena sono colpiti da questo morbo, ridisegnano le strategie di potere e si lasciano trascinare da uno squilibrio morale e sessuale sottocutaneo fortissimo, dove le tentazioni e le vere identità non sono che l’altra faccia di una società in via di decadenza: Tony e Barrett, certo, ne restano visibilmente invischiati, ma anche Sally ne è vittima per amor di Tony (e crediamo che la sua impossibilità di fuga dal palco mimata all’inizio del secondo atto stia a significare proprio questo), e Richard per amor di Sally, e le malcapitate Vera prima e Mabel poi per Barrett stesso. La deriva dell’avvocato e del suo servo, pur celandosi al resto del mondo (le finestre sempre sporche lasciano entrare poca luce ma, soprattutto, fanno sì che occhi indiscreti non possano sapere quel che accade all’interno dell’appartamento), è, in realtà, condivisa da tutti, e tutti, prima o poi, dovranno fare i conti con una personalissima discesa agli inferi nei glaciali meandri dei rapporti umani, tra capovolgimenti e sdoppiamenti della personalità.

Nella messa in scena di Sepe e Renzi, grazie ad una regia presentissima, pungente e spietata, si respira un clima claustrofobico palpabile, che non risparmia e non assolve niente e nessuno, e impartisce a ogni piccola frase o scena significati fortissimi, grazie anche ad un cast davvero superlativo, in cui ogni interprete è perfettamente credibile nella sua parte, a partire da Lino Musella, talmente bravo da non temere che il suo Barrett sia confrontato con quello portato al cinema da un mostro sacro del calibro di Bogarde, dallo stesso Andrea Renzi, che si assegna il ruolo di Tony dandogli la giusta area da rampollo avvezzo solo agli agi della sua posizione sociale, da Tony Laudadio, che è un Richard perfetto, very english ma non del tutto immune dai piaceri del mondo, di Emilia Scarpati Fanetti, che è una Sally di gran classe, eroica nella lotta intentata con il servo per amore di Tony, e di Maria Laila Fernandez, che, correttamente, interpreta con sfacciato appeal sia Vera che Mabel come fossero una donna sola, quando anche il ruolo delle amanti perde d’importanza agli occhi dei due protagonisti.

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