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¿Wich Side Are You On?, il nuovo lavoro discografico di Ani DiFranco

13 gen 2012 | Nessun Comento | 882 Visite
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¿Wich Side Are You On?L’indifferenza è il peso morto della storia”, scriveva Gramsci nel suo Odio gli indifferenti (1917),
vivere significa parteggiare”. Accettando di condividere la visione gramsciana della vita verrebbe naturale chiedersi da quale prospettiva osservare gli eventi, quali scelte compiere, quali principi adottare. In estrema sintesi, da che parte stare.
Ani DiFranco, cantautrice, poetessa e giramondo tout court, ha incentrato il suo attesissimo nuovo album su questo tema e lo ha emblematicamente intitolato ¿Wich Side Are You On?. Da che parte stai?
Più della metà dei suoi 41 anni spesi per la musica, la chitarrista di Buffalo sa bene su quale versante schierarsi. Durante il percorso fin qui svolto ha ascoltato i sussurri dell’arte impegnata, impastando nella sua musica l’agire personale a l’interesse collettivo in un ibrido di rara potenza. “Per il mio modo di vedere il mondo, non c’è separazione tra la vita privata e la politica. Tutto ciò che facciamo è un atto politico” [1]. E anche in questo diciassettesimo lavoro inedito la politica permea brani nati dopo una gestazione lunga tre anni, uno sproposito vista la sua nota (iper)produttività.
Undici componimenti che poggiano su certezze folk ma che digradano verso tinte tenui (la dolceamara Life Boat e la toccante Hearse), sfumature jazz, architetture popular, ritmi esotici (Splinter e J), accenni alle second line bandistiche di New Orleans e qualche riferimento a dinamiche “waitsiane” (If Yr Not). L’unica cover, la title track ¿Wich Side Are You On?, è un traditional urticante che deve la sua popolarità a Pete Seeger. Ani è rimasta affascinata da questo canto per lavoratori durante il concerto al Madison Square Garden organizzato per festeggiare i 90 anni suonati (è proprio il caso di dirlo) dell’arzillo Seeger, il più coriaceo e longevo tra i folk singer sopravvissuti al maccartismo e all’avvicendarsi delle mode.

La versione originale di Wich Side Are You On? è figlia dell’epoca in cui si acuisce il confronto tra le classi sociali, ma presenta spunti attuali, affini allo stile da combattente di civismo che ha sempre caratterizzato la poetica di Ani DiFanco. La sua riproposizione presenta un lessico corrente, foggiato sulla realtà dei giorni nostri. La prima stesura doveva adunare e infondere coraggio: “Venite lavoratori/ ho delle buone notizie per voi/ di come il nostro sindacato/ è venuto qui per rimanere/ da che parte state?”. Erano pensieri dettati dalle crescenti preoccupazioni, dall’esasperazione, dall’orgoglio, dal riscatto germinato nella terra intrisa di sangue di operai offerti in sacrificio agli dei della speculazione.
La revisione apportata da Ani presenta analogie con quelle lotte: il presente sostituisce il passato con liriche mordaci (“Il libero mercato è tutt’altro che libero ed è costato caro al pianeta [...] un po’ di socialismo non mi spaventa per niente”) e musica dal vigore elettrico. L’accorata passione di un tempo (l’evocativa introduzione al banjo di Seeger) si fonde alla visione più caotica della moderna contestazione (l’energia chitarristica e il drumming cadenzato). Il processo di rielaborazione non elude stoccate ad un Paese in debito di democrazia, di soluzioni per l’ambiente, di decisioni in grado di esercitare – direttamente o di riflesso – influenze pacificatorie, di promesse fonte di speranza (“il popolo ha vinto/ abbiamo votato contro la corruzione e le grandi aziende/ abbiamo votato per la fine della guerra“).

Ideale ieri, valido nel presente, il quesito che titola il brano trainante dell’album nasce da avvincenti lotte per l’emancipazione. In Kentucky nel 1931, i cittadini della Harlan County sapevano bene da che parte stare. Wich Side Are You On? è il pugno in faccia rifilato da Florence Reece, moglie di un lavoratore in sciopero –  tanto più sindacalista –, ai padroni che vessavano suo marito e gli altri minatori delle cave di Evarts. La donna scrisse i versi della canzone nella baracca di famiglia, dopo aver subito l’intimidatoria irruzione della polizia, longa manus dei padroni. All’epoca, i proprietari dei giacimenti di carbone allestivano dormitori per operai a ridosso delle miniere, con lo scellerato intento di alimentare quel ciclo continuo di sfruttamento dell’individuo che si rifaceva al binomio lavoro e casa. Ma soprattutto correggevano al ribasso i quantitativi di minerale estratto e riducevano continuamente la retribuzione, rigorosamente a cottimo. Iniziati i primi scioperi, la polizia ai comandi del servile J.H. Blair sgomberò i miseri alloggi con la forza. Tutti i lavoratori in lotta vennero lasciati senza tetto e senza lavoro: in pochi giorni vennero licenziate duemila unità. Nei susseguenti violentissimi scontri, che portarono alla morte tre guardie e un operaio, la polizia ne uscì sconfitta e Wich Side Are You On?, da quel momento, divenne inno della lotta di classe e coro spendibile dai sindacati statunitensi (e britannici all’epoca della Thatcher).

¿Wich Side Are You On?Oggi che il mondo è in mano a poche decine di tycoon della finanza, delle armi e del petrolio, in America c’è chi ha deciso di rivendicare il proprio peso nella collettività. “Sono una cittadina, faccio parte di una società di cui, proprio in virtù della mia cittadinanza, sono responsabile” [2], ha già avuto modo di proclamare Ani. Come lei, tanti si interrogano sul futuro e contestano. Il fenomeno della protesta è ben rappresentato dai newyorkesi che hanno preso Zuccotti Park, indignati dallo sfacelo morale e sociale che imprigiona il Paese. Una condizione che non è sfuggita ad un’osservatrice che ha le idee ben chiare in proposito: “gli occupanti hanno fatto un grande lavoro indicando le diseguaglianze e dando voce alle nostre più grandi frustrazioni” [3]. La crisi comprova che il capitalismo è un gigante dai piedi di argilla sgretolato dalla propria concupiscenza, negli States e altrove. Movimentista impegnata su più fronti, Ani DiFranco percepisce le contraddizioni di un’epoca che ammette il fluire impunito dei soprusi e si lascia impregnare da soporifera indolenza che infracidisce la società. Ed ecco Amendment e J a sublimare la schiettezza dell’artista.

Co-prodotto da Mike Napolitano, collaboratore di lungo corso nonché marito di Ani, al progetto hanno aderito, oltre a Seeger, Ivan e Cyril Neville (The Neville Brothers) ai cori, Skerik (Pearl Jam, R.E.M., Bonnie Raitt, The Meters) al sassofono, Anaïs Mitchell (sotto contratto per la Righteous Babe Records, etichetta fondata e gestita dalla DiFranco), Adam Levy (Norah Jones, Tracy Chapman, Amos Lee) alla chitarra, il solito impeccabile Todd Sickafoosee al contrabbasso e una banda di New Orleans con i suoi luccicanti ottoni.

Il disco esce il 16 gennaio. Un buon inizio per un anno che eredita da quelli precedenti un fardello improcrastinabile: chi non ha mai parteggiato deve scegliere da che parte stare.

Note:

[1] Rossella Bottone e Annalisa Cuzzocrea, “Ani DiFranco – Just A Folksinger”, Arcana (2004) pag. 11.
Isbn 88-7966-353-4

[2] Martina Testa, “Ani DiFranco – Self Evident”, Minimum Fax (2004) pag. 127.
Isbn 88-87765-87-1

[3] Caitlin McDevitt, “Ani DiFranco talks music, politics”, Politico (2011)
http://www.politico.com/news/stories/1211/70652.html#ixzz1icOa1fdf
[wp_youtube]fDgIUEtwtt4[/wp_youtube]

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