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15 Marzo 1978. Aldo Moro, quarant’anni dopo, ancora tutto irrisolto

14 mar 2018 | Nessun Commento | 444 Visite
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rapimento moro 2Quel 16 marzo del 1978. Per la maggior parte degli italiani è un giovedì come un altro anche se, proprio quel mattino, l’on. Giulio Andreotti chiederà alla Camera la fiducia per un Governo che rappresenta una svolta storica nella vita politica del Paese: per la prima volta il PCI voterà a favore.

La gente comune non sente l’eccezionalità dell’avvenimento. Da tempo l’Italia è teatro di atti terroristici e l’indifferenza, che deriva dall’assuefazione al rito delle crisi, è comune in ogni strato sociale. Inoltre, la maggior parte della popolazione è consapevole di una sola cosa: il nuovo corso politico costerà a tutti – come ‘promesso’ dalla classe politica e dalle parti sociali – nuovi, grandi sacrifici per un futuro che resta in ogni caso molto, molto incerto.

Alle 9 del mattino il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, apparentemente disteso e anche soddisfatto per aver trovato il bandolo della matassa della più grave crisi politica del dopoguerra, esce dalla sua abitazione, sale sul sedile posteriore della ‘130’ blu e, dopo un rispettoso… buon giorno signor Presidente del maresciallo Oreste Leonardi che da 18 anni è la sua ‘ombra’, l’autista della polizia Domenico Ricci, mette in moto e parte per via Trionfale. Aldo Moro non ha bisogno di indicare la destinazione. Tutti sanno, compresa la scorta che lo segue in un’Alfetta bianca, qual è la prima tappa del Presidente della DC: la parrocchia di Santa Chiara nel quartiere di Vigna Clara.

Tallonata dalla vettura di scorta, con a bordo gli agenti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi di Fasano, la ‘130’ di Moro, intento alla lettura dei quotidiani, svolta per via Mario Fani. All’incrocio con via Stresa, una Fiat ‘128’ con targa diplomatica, che precede la vettura di Moro, frena bruscamente. Il tamponamento è inevitabile. L’attimo successivo, il tranquillo incrocio con un bar a destra ed il chiosco di un fioraio a sinistra, inspiegabilmente chiusi, diventa affollato. Mentre l’Alfetta di scorta tampona l’auto del Presidente un’altra vettura, dietro di loro, blocca via Fani mettendosi di traverso. Intanto, due individui armati, già scesi dalla ‘128’ bianca, falciano gli agenti Ricci e Leonardi; contemporaneamente, dalla siepe che circonda il bar e dalla vettura messa di traverso in via Fani, quattro uomini e una donna sparano all’impazzata sull’Alfetta di scorta uccidendo gli agenti Zizzi e Iozzino.

Il giovane Giulio Rivera è ferito, ma esce dall’auto, riesce a sparare tre colpi ed è poi finito sull’asfalto. Sempre nello stesso momento, altri due uomini aprono lo sportello posteriore della ‘130’ e invitano il Presidente ad uscire. Aldo Moro viene fatto salire su una ‘132’ blu che senza fretta imbocca via Stresa e scompare.

L’intera operazione, condotta da un ‘commando’ di almeno 12 persone, è durata non più di 3-4 minuti. Sono stati sparati 84 colpi, di cui 45 hanno fatto strage dei cinque uomini di scorta. Quando arrivano i soccorsi, Francesco Zizzi è ancora vivo. Morirà due ore dopo in ospedale.

aldo moroScatta l’allarme. Decine di ‘volanti’ si precipitano sul luogo della strage. Si istituiscono i primi posti di blocco. Nel giro di qualche ora, nessuno esce o entra da Roma senza essere controllato, ma non c’è nulla da fare. La capacità organizzativa degli autori della strage e del rapimento, la loro determinazione e freddezza, lasciano gli inquirenti stupefatti. Il pensiero va alla ‘mano straniera’, si immagina che nessun ‘commando’ italiano sarebbe capace di portare a termine un’azione così meticolosa.

Alle 9,31 la notizia si diffonde per tutto il Paese. Le trasmissioni radio vengono interrotte, alle 11 la televisione diffonde le prime immagini del luogo dell’eccidio; nel pomeriggio, quattordici quotidiani, compresa la Gazzetta, escono in edizione straordinaria. Ministri, leader politici, dirigenti sindacali si precipitano nello studio del Presidente del Consiglio, i telefoni del Ministero degli Interni sono impazziti, viene proclamato uno sciopero generale; Ugo La Malfa, a Montecitorio, avanza la proposta della pena di morte per chi si macchia di simili crimini; Benigno Zaccagnini, amico fraterno di Moro, è letteralmente sconvolto. Nella stessa mattinata le BR confermano di aver rapito Aldo Moro e… ucciso la sua guardia del corpo ‘teste di cuoio’ di Francesco Cossiga.

Le reazioni di tutti sono di sgomento, rabbia, incredulità. Cortei spontanei di migliaia di persone, con bandiere comuniste e democristiane insieme, si formano in tutte le città, ma in Puglia, nella terra e con gli uomini con cui Moro ha sempre avuto un rapporto particolare, qualcuno piange senza ritegno. Alla Gazzetta, la corsa contro il tempo per mettere in edicola un’edizione straordinaria, lascia poco spazio alle emozioni, ai commenti. Ma i giornalisti che per anni hanno seguito le visite, le campagne elettorali, le riunioni fra amici – così soleva definire Moro le assemblee DC provinciali e regionali – sono sconvolti per la tragica fine di Oreste Leonardi, un ‘amico’di lunga data per loro sempre prodigo di suggerimenti e consigli.

La Repubblica è in grave pericolo - scrive Oronzo Valentini nell’editoriale del 16 marzo – in un Paese sconvolto da una profonda crisi politica e morale, crisi dell’ordine pubblico e sociale, quanto è accaduto oggi non è all’improvviso. Sentivamo tutti, da tempo, incombere una grande e oscura minaccia… è impressionante la facilità con cui tutto è accaduto, ma conferma l’altissimo grado di pericolo che dura da anni e che di giorno in giorno, di ora in ora, è andata approfondendosi in una ripetuta, tragica e forse grottesca registrazione dell’impotenza dello Stato. L’enorme gravità di quel che è accaduto, è ora sottolineata dal nome del presidente Moro, il simbolo di un popolo cheintende affrontare una grave crisi e superarla con il maggior sforzo possibile di responsabilità e unità nazionale… il pericolo più grande che egli corre sta proprio nell’altissimo valore politico che Moro rappresenta… e i suoi aggressori lo sanno… sanno quanto profondamente colpirebbero il regime democratico colpendo questo suo componente.

Nel pomeriggio il Paese si ferma. Chiudono negozi, cinema, teatri. Vengono ridotti gli spettacoli Tv. A Roma, migliaia di agenti pattugliano le strade deserte, il traffico è ridottissimo. Prima che scenda la notte la città è presidiata da centinaia di posti di blocco.

Iniziata nell’angoscia, la giornata più lunga della Repubblica, finisce insinuando brividi di paura.

Fin dal primo momento l’atteggiamento di tutti i partiti è univoco: con i brigatisti non si tratta! Nessuno, ma proprio nessuno, sembra chiedersi quale possa essere l’alternativa o, se qualcuno se lo chiede, preferisce ignorarla.

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