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Di: Francesca Rizzo

“Free from pasung”: Erminia Colucci a sostegno dei malati mentali in Indonesia

5 Agosto 2012 419 Visite Nessun Commento Stampa questo articolo Stampa questo articolo

Free from pasung
L’Indonesia è uno dei molti Stati del Sud-Est asiatico in via di sviluppo. I suoi luoghi incantevoli la rendono meta di milioni di turisti provenienti da tutto il mondo, tant’è vero che negli ultimi vent’anni proprio il settore turistico si è confermato tra i più attivi del Paese, anche grazie agli investimenti governativi.
Sfortunatamente, ci sono ambiti che restano fuori dai riflettori dei villaggi vacanze: l’intero territorio è afflitto infatti da seri problemi, riconducibili ad una causa principale, la povertà. Sebbene in crescita, infatti, l’Indonesia è stata spesso vittima di politiche economiche errate, che hanno privilegiato determinati settori anziché altri con maggiori necessità, e la crescita esponenziale della popolazione non ha certo migliorato la situazione.
Uno dei settori in cui la miseria ha dato i suoi frutti più amari è la sanità: sono poche, infatti, le strutture sanitarie pubbliche in grado di offrire cure adeguate, e sono per di più concentrate esclusivamente nelle città principali. La situazione peggiora se ci si sofferma sul settore psichiatrico: la presenza alquanto scarsa di strutture e personale adeguati, uniti all’ignoranza della popolazione rurale, hanno portato a considerare normali pratiche assolutamente inumane e brutali, conosciute nel loro insieme come pasung.
Fortunatamente, nei Paesi più sviluppati le condizioni dei malati mentali sono nettamente migliorate rispetto al passato; in Italia, solo per fare un esempio, la promulgazione della cosiddetta “legge Basaglia” del 1978 ha significato il miglioramento delle condizioni di moltissimi pazienti, passati dagli ospedali psichiatrici, a volte veri e propri lager, a strutture più adeguate.

In Indonesia, come in molti altri Paesi in via di sviluppo, la strada da percorrere è ancora tantissima; innanzitutto la mentalità della gente fa sì che chi soffre di problemi mentali venga trattato barbaramente, confinato in catene all’interno di vere e proprie gabbie, malnutrito e in condizioni igieniche davvero pessime; quel ch’è peggio è che a riservare questo trattamento non sono sorveglianti senza scrupoli (che sarebbero in ogni caso da condannare), ma membri della famiglia o della comunità di appartenenza. Si può benissimo immaginare quali siano le conseguenze di queste pratiche assurde, a partire dalla perdita delle capacità motorie di alcuni malati.
Free from pasungAd interessarsi di questa piaga, finora quasi del tutto ignorata dalla comunità internazionale, è stata la giovane Dott.ssa Erminia Colucci, membro dell’Accademia Apulia UK. Pugliese, laureata in Psicologia all’Università di Padova e attualmente Ricercatrice presso l’Università di Melbourne, si è sempre occupata del triste fenomeno dei suicidi e degli aspetti sociali legati alle malattie mentali, ricevendo diversi riconoscimenti a livello internazionale. Sollecitata dal Prof. Harry Minas, ha deciso di intraprendere un viaggio in Indonesia per realizzare il primo film-documentario sull’argomento: “Free from pasung”, questo il titolo, racconta la storia di molti malati trattati come bestie, ma soprattutto si sofferma sugli sforzi fatti, anche a livello governativo, per cercare di far cessare la pratica del pasung. Il Ministero della Salute indonesiano ha compiuto un passo molto importante, stabilendo che entro il 2015 ogni attività del genere dovrà essere abbandonata, a favore di trattamenti sanitari seri ed adeguati, che rispettino i diritti umani basilari e provvedano al miglioramento delle condizioni di salute dei pazienti, in strutture sanitarie ad hoc, come il Banda Aceh Mental Hospital.

In particolare, nel 2010 è stato avviato il programma “Aceh Free Pasung”: uno staff specializzato ha esaminato la situazione del territorio di Aceh, situato a nord dell’isola di Sumatra, dove il pasung è all’ordine del giorno. Lo studio condotto su cinquantanove pazienti ha evidenziato che la maggior parte di questi è di sesso maschile (88.1%), con problemi di schizofrenia (89.8%), e che le molteplici ragioni del pasung sono da ricondurre anche alla pericolosità dei malati.

Free from pasung“Aceh Free Pasung” ed altri programmi, come “Indonesia free from pasung”, oltre all’attività condotta dall’organizzazione Komunitas Sehat Jiwa, sono certamente importanti, soprattutto per diffondere, in Indonesia come in altri Paesi affetti da questa piaga, la consapevolezza di un’alternativa concreta, che possa migliorare la situazione dei pazienti; un raggio di speranza è dato dalla storia di Anto, presa in esame dalla Dott.ssa Colucci: dopo aver subito per anni il pasung, Anto oggi è finalmente libero, e ha dedicato la sua vita all’arte, giungendo ad esporre le sue opere a Jakarta e sognando, ormai trentenne, di diventare maestro d’inglese.
Insomma, i mezzi per combattere questo enorme problema sono a disposizione, offrendo la possibilità di restituire alle vittime del pasung una vita vera, concreta, libera e soprattutto dignitosa; come per molti altri drammi sociali, l’ostacolo principale è la mancanza di visibilità e, di conseguenza, di risorse economiche che aiutino a risolvere la situazione. Molti Paesi ed enti internazionali, solitamente in prima linea per cercare di arginare questo genere di problemi, per ora non intervengono, probabilmente perché all’oscuro della situazione.
Mettere in luce l’esistenza del pasung significherebbe dare un importante contributo alla dedizione della Dott.ssa Colucci e di tantissima altra gente nei confronti delle vittime di questo orrore.

Per informazioni e donazioni, Dott.ssa Erminia Colucci - ecolucci@unimelb.edu.au

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